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OPEN CALL FOR ABSTRACT per la sezione "TEMA": CFP Vol. XIII, No. 2, 2025
Costellazioni geografiche
A cura di Alice Giarolo e Marcello Tanca
Convinti con Gilles Deleuze che occorra uscire dalla filosofia per restarci, con questo numero ci proponiamo di porre in dialogo i saperi geografici e la filosofia, con l’intento di ripensarne alcuni problemi classici, di ridefinirne talune concettualità e di inoltrarsi sugli itinerari delle pratiche, attraverso le sollecitazioni provenienti dall’esperienza geografica.
Si tratta non soltanto di operare un gioco di assonanze tra le due sponde, intercettando, ad esempio, dove e quando la geografia informi il pensiero filosofico e viceversa, ma anche di comprendere come l’incontro con le realtà geografiche possa invitare ad una metamorfosi della filosofia stessa. Configurare delle costellazioni ibride che, attraverso singolari accostamenti, inaugurino nuovi campi “aperti” e transdisciplinari. Lo spatia turn che, come aveva previsto Michel Foucault, porta la spazialità alla ribalta all’interno degli studi culturali, degli approcci storici e di quelli antropologici, assume primariamente il ruolo di finestra di collegamento transdisciplinare, presentandosi come un’utile via di accesso alle concrete forme di vita e alle pratiche in un mondo non più euclideo. Allo stesso tempo, Foucault ci mette in guardia sul fatto che il concetto di spazio non sia a-storico, giacché le concezioni della spazialità sono rivelatrici anche della storia del pensiero e di recente si sono accompagnate ad approcci teorico-metodologici differenti che potrebbero essere indagati sia nella loro genealogia, sia nelle loro declinazioni teoriche e pratiche.
La prossimità tra filosofia e geografia appariva manifesta già all’epoca dello stoico Strabone, il quale, nei suoi primi due libri di Geografia, si scaglia contro Eratostene (che, tre secoli prima, aveva misurato con precisione l’arco meridiano terrestre), reo di essersi limitato a misurare senza “pensare”. Il geografo, sembra dirci Strabone, è più un filosofo che un geometra. Kant, per riferirci ad un esempio emblematico, è uno dei filosofi che frequenta con assiduità il terreno della geografia, chiarendone l’utilità: la geografia, da intendersi come propedeutica alla conoscenza del mondo, serve, a sua volta, a procurare a tutte le scienze e abilità acquisite per altra via il momento pragmatico. La geografia si situa, così, a metà strada tra il brancolare empirico del viaggiatore che raccoglie aggregati di conoscenze e l’operato dello scienziato che prescrive delle leggi alla natura.
Kant rivela un aspetto della geografia per noi foriero di possibili esplorazioni, ovvero il suo essere di frontiera e quindi anche di cerniera tra le scienze umane e le scienze naturali. La geografia, come un Giano bifronte, per usare l’espressione del geografo Giuseppe Dematteis, oscilla tra ciò che rassicura e inquieta, tra il rigore delle scienze dure e l’illimitata apertura delle immagini poetiche, rivelando tanto la contingenza quanto l’apertura a nuovi mondi possibili.
Oltre ad una riflessione che investe questioni di carattere epistemologico e metodologico, uno degli inviti consta nel rintracciare alcuni momenti della storia sotterranea delle interferenze reciproche tra i due territori disciplinari, guardando anche alle possibili traiettorie comuni che sono animate dall’attualità, come, ad esempio, la questione ecologica, l’attenzione al non-vivente e alla sua agentività, la dinamica locale-globale, il ripensamento dei modelli abitativi e produttivi, le problematiche legate alle riconfigurazioni dello spazio comune e alla conflittualità spaziale, che interpellano simultaneamente il lessico politico ed economico con il loro armamentario teorico e concettuale e la geografia critica di matrice marxista.
Vi sono poi dei motivi ricorrenti su cui si sono addensati gli intrecci tra filosofia e geografia, ancora da scandagliare. Per citarne alcuni: l’abitare, anche grazie all’influenza del pensiero di Martin Heidegger, che allunga la sua scia sino alla dwelling perspective; il paesaggio, nella duplice accezione di landscape e landscaping; il “ritorno alla terra”, con il correlativo riconoscimento dell’inerenza dell’uomo alla Terra, intesa come campo di esperienza imprescindibile; la questione della rappresentazione, con il correlativo configurarsi di una “ragione cartografica.”
Gli incontri tematici si affiancano alla possibilità di intraprendere itinerari più marcatamente teoretici, a partire dall’analisi dell’esperienza geografica, che diventa una cartina al tornasole della nostra esperienza del mondo, per ripensare e rieditare alcune coppie concettuali che attraversano la storia della filosofia: realismo-idealismo, determinismo-finalismo, naturale-artificiale, naturale-culturale, fattuale-fenomenico. Le realtà geografiche possono indurci, inoltre, ad una riflessione sulla loro consistenza ontologica, sulla loro mereologia e spingerci, ad esempio, fino all’elaborazione di proposte di carattere ontologico, seguendo l’indicazione del geografo Augustin Berque, secondo il quale manca alla geografia un’ontologia e a quest’ultima una geografia.
Un’attenzione particolare verrà rivolta alle pratiche effettive legate alla spazialità, in linea con le geografie-più-che rappresentazionali, alle gestualità performative che caratterizzano ed investono peculiari forme geografiche e dunque agli studi di caso o alle esperienze che si sono dispiegate in luoghi specifici e che ne descrivono le trame e la loro morfogenesi.
Queste sono alcune indicazioni di massima, per intravedere delle piste possibili per continuare ad approfondire il dialogo tra filosofia e geografia, in questo numero che si propone, con Bruno Latour, di “far riatterrare la filosofia”:
- la presenza della geografia e di tematiche geografiche all’interno della storia della filosofia
- riferimenti espliciti e puntuali alla filosofia nelle diverse proposte geografiche
- concezioni della spazialità e correlative ricadute teoriche e pratiche
- il problema della rappresentazione geografica (storia, evoluzioni, critiche, nuove modalità cartografiche etc.)
- ontologie geografiche
- indagini di carattere epistemologico e metodologico
- immaginari geografici e geo-poetica
- geografia politica e conflittualità spaziali
- spazi disciplinari ed eterotopie
- questioni ecologiche ed ambientali
- i saperi geografici dinnanzi alle sollecitazioni provenienti dall’attualità (spazi virtuali e realtà aumentata, globalizzazione, gentrificazione, monocoltura turistica, segregazione spaziale etc.)
- geografia e postcolonial studies
- geografie liminari femministe e postumane
- geografia e performative turn
- intersezioni interdisciplinari
- studi di caso e prassi spaziali
Gli abstracts (max 500 parole) dovranno essere inviati tramite la piattaforma OJS entro il 30 novembre 2024. I contributi accettati dovranno essere inviati (max 45.000 batture spazi inclusi) in forma anonima sempre sulla piattaforma OJS entro il 28 febbraio 2025 nella “Sezione Tema”. Le proposte devono essere accompagnate da una scheda bio-bibliografica, un abstract (max 1.000 battute, spazi inclusi) e 5 keywords, in italiano e inglese. Oltre che in italiano è possibile scrivere anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Tutti i contributi saranno sottoposti a double-blind peer review.
Info: alice.giarolo@unife.it
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OPEN CALL FOR ABSTRACT for the “TEMA” section: CFP Vol. XII, No. 2, 2024
Imagining Technologies / Technologizing Imagination(s)
Edited by Annabelle Dufourcq, Agostino Cera and Andrea Zoppis
The proliferation of technology in our daily lives has a huge impact on our sensibilities and capacity to imagine the world we live in. Technology increasingly affects institutions, communication and behavior in the anonymous imaginary field that haunts us and our reality. As a result, according to many scholars, technology should be considered our current oikos, sphere or '(neo)environment'.
Looking at the latest technological developments, the relationship between the anonymous imaginaryand the more active and personal imagination has become increasingly significant and crucial. On the one hand, the technological devices we use are already filled with sedimented imaginary power and thus (re)shape our world without our consent. On the other hand, the imaginal power held by technology maintains a status of ambiguity, according to which it can inspire but also obstruct our imaginative and creative processes.
To understand the world-shaping role of technology in our society, as well as our changing subjectivity, it seems necessary to reconsider imagination, that is, as a free faculty capable of denying what is generally conceived as real, or according to its intimate relation to the perceived world and reality. Imagination can thus be anthropologically understood in terms of its material limits or support, or as something already technically inherent to the knowing subject. Moreover, technological development and the new ways of creating images seem to require the establishment of a corresponding 'techno-imagination'.
Given the current ever-increasing peculiarity of "imagination" and "imaginary", we need new ways of investigating our imaginative involvement in the technological (neo)environment, i.e. new philosophical paths of thinking about the chiasm between technology and imagination.
Precisely this is the purpose of the special issue of “I Castelli di Yale” titled Imagining Technologies / Technologizing Imagination(s), that is, to ask for contributions concerning the relationship between imagination, the imaginary and technology.
For further references you can find the extended version of the CFA at the link below:
Abstracts (maximum 500 words) must be submitted via the OJS platform by 25 June 2024. Acceptance of submissions will be communicated by 30 June 2024. Accepted contributions should be submitted via the OJS platform. Contributions should be submitted anonymously (max 45,000 characters including spaces) by 15 September 2024 to the “Sezione Tema”.Proposals must include an abstract (maximum 1000 characters, including spaces), 5 keywords and a bio-bibliographical sketch in English. In addition to English, the following languages will be accepted for submissions Italian, French, German, Spanish and Portuguese. All papers will be peer-reviewed in a double-blind process. Author review is expected by 30 October 2024, while publication is planned for December 2024.
Info: andrea.zoppis@unife.it
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OPEN CFP per la sezione "TEMA": CFP vol. XII, n. 1, 2024
La condizione mediale tra valore, giudizio ed esperienza. A sessant’anni da Apocalittici e integrati
A cura di Eduardo Grillo e Andrea Bernardelli
Nella sua introduzione ad Apocalittici e integrati, Umberto Eco avvisava: «Fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria di giovedì prossimo». Tuttavia, da quel libro sono adesso passati 60 anni e l’espressione è ancora proverbiale. Di fatto, tutto sembra cambiare a passo spedito, ma la divisione in opposte fazioni, in campo culturale e non solo, sembra essere una costante; si consideri quel che accade proprio in questi giorni a proposito di intelligenza artificiale. Con Apocalittici e integrati e in fin dei conti con tutti i suoi lavori, Eco ha mostrato che per ogni divisione binaria è possibile intravvedere almeno un terzo termine, e quello è il sentiero dell’intellettuale avveduto.
Questo non è, tuttavia, il solo insegnamento che quel testo ci consegna. Se è vero che molti dei saggi ivi contenuti hanno ormai perso la loro aura di scandalo, il problema del giudizio estetologico resta se non inalterato, forse almeno ancora pertinente. La polemica con Adorno e Zolla, che Eco sviluppava nel suo libro, non è forse già consegnata agli archivi; che Bolter, ancora pochi anni fa, si sia sentito in dovere di sottolineare il declino delle culture d’élite nel contesto dell’età digitale (Plenitudine digitale, 2019), ne è un segno ulteriore.
In ogni caso, tra rimediazioni, convergenze e continue innovazioni tecnologiche, si trovano sempre punti di resistenza, rivendicazioni non esclusivamente passatiste, ma spesso di ordine estetologico (si pensi al ricorso minimo al CGI di un Nolan). Per non dire del problema del kitsch, che appunto da problema (come per Eco e Dorfles) sembra essere diventato, forse in prospettiva già apocalittica, la condizione estetica generale (Padoan, Dal kitsch al neo-kitsch. Nuovi scenari della comunicazione contemporanea, 2018; ma si vedano gli importanti saggi di Andrea Mecacci).
D’altronde, gli stessi media sono cambiati o forse, così come li conoscevamo, già morti (Eugeni, La condizione postmediale, 2015). Accanto alle analisi ideologiche e culturali, Apocalittici e integrati è stato pioneristico anche nell’aver fornito delle prime indicazioni di ordine estesico (aisthesis; si confrontino per esempio i saggi sulla televisione di Eco). Compito oggi ineluttabile, che sta attraendo già molte energie (si vedano i lavori di Pietro Montani, tra gli altri). Inoltre, se i media un tempo erano il luogo di un’esperienza condivisa, la diffusione delle piattaforme streaming ha reso il terreno di riferimento comune molto più incerto e incostante.
Celebrare questo anniversario sembra insomma non soltanto una sorta di atto dovuto, ma un’occasione utile per riflettere sulla nostra presente “condizione mediale”. Peraltro, quel testo ha contributo, accanto ai lavori di Edgar Morin e pochi altri, a dare dignità intellettuale a una parte importante delle nostre culture (fumetti, tv, musica pop); chissà mai che sia ancora possibile rivalutare settori negletti, tuttavia sempre standoci in mezzo, nella posizione di chi vuol capire, e non più in alto o in basso, soltanto per prendere posizione.
Il vol. XII, numero 1, 2024 della rivista i castelli di yale • online si propone un approfondimento, tanto dal punto di vista storico che da quello teorico, dell’attualità di Apocalittici e integrati insieme ai necessari aggiornamenti dopo sessant’anni di cambiamenti tecnologici. L’indagine potrà essere condotta a partire, tra gli altri, dai seguenti nuclei tematici:
- la stessa postura filosofica di mezzo, caldeggiata da Eco, tra adesioni entusiastiche e severe condanne di media e tecnologie;
- le trasformazioni dell’esperienza mediale, sempre meno di massa in senso classico, sempre più su misura;
- la pertinenza delle categorie “alto” e “basso” delle nuove forme di cultura mediale, tra stimolo intellettuale e mera “consolazione”;
- l’ascesa di forme di comunicazione prima periferiche, ora molto più centrali nell’influenzare gusti e mode (si pensi al fumetto);
- l’impatto dei nuovi media sul sensorio comune, anche in prospettiva storica e comparativa;
- la funzione “mitica” delle figure dell’attuale immaginario mediale, a partire dalle riflessioni di Eco sul personaggio di Superman;
- la categoria del kitsch, tra produzione e ricezione, a cavallo tra XX e XXI secolo.
I contributi (max 45.000 battute spazi inclusi) dovranno essere inviati, in forma anonima, tramite la piattaforma OJS entro il 28 febbraio 2024, inserendoli nella sezione Tema. Le proposte devono essere accompagnate da una scheda bio-bibliografica, un abstract (max 1.000 battute, spazi inclusi) e 5 keywords, in italiano e inglese. Oltre che in italiano è possibile scrivere anche in inglese e francese. Tutti i contributi saranno sottoposti a double-blind peer review. Gli esiti della selezione verranno resi noti, via mail, entro il 28 aprile 2024. La revisione degli autori è attesa entro il 23 maggio 2024; la pubblicazione è prevista nel mese di giugno 2024.